I.
Era un risveglio anomalo, se non nella forma, quantomeno nella sostanza.
Un mal di testa feroce e tamburellante faceva da specchio, poco visibile, di uno stomaco rivoltato e preso a calci da un mix di alcolici, che svariano dall’uva fruttata al luppolo, passando per improbabili mix dell’ultim’ora. Era allo stesso tempo lo specchio di un fastidioso sentimento interno, di partecipazione e distacco, combinazione appropriata per un’anima in eterna lotta tra omologazione e rifiuto.
Era stato un bere autoimposto, voluto, quasi dettato dall’interno, certamente influenzato però anche dalle circostanze: quanto l’ambiente influenzi l’uomo è cosa datata e accertata, nonostante le spinte individualiste di determinazione, degne di una quinta colonna in pubblica piazza. Per quanto si possa sfuggire dal contesto, esso rientra perennemente nella nostra quotidianità e nelle nostre costruzioni mentali, abbattendo quei piccoli castelli a cui diano il nome di libero arbitrio, di autonomia o di volontà. Il piccolo orticello di candideiana memoria è sempre ben coltivato, anzi, in questi tempi si nutre di un’acqua abbondante e a getto continuo dal nome di egocentrismo, e cresce sotto i raggi di un sole chiamato arrivismo. Ma anche il piccolo orticello, pur se protetto da una serra, di certo non può sfuggire alla legge delle nuvole, che posso oscurare quel sole, modificando la direzione dei suoi raggi, o rendere troppo gonfie e piene quelle acque, con rischio di soffocare e affogare la terra prima dolcemente annaffiata. Né può resistere, suo malgrado, al vento, che la può spazzare da un momento all’altro, lasciano al suolo solo qualche radice più tenace, ma tanto provata da rendersi ridicolmente inefficace alla procreazione. E come non chiamare queste nuvole, questo vento, e tutte le forme ad esse collegate, se non contesto? E volutamente tralascio le connessioni, il chiacchiericcio, l’associazionismo, la comunicazione, … insomma, tutte le sfaccettature di un contesto umano di contatto, che nel loro continuo interagire e fruire, assume la forma dell’aspetto relazionale del contesto: aspetto che al momento sembra quello che più influenza l’agire individuale.
Passavo la mano sopra la fronte, cercando di asciugare il sudore, freddo, che non scendeva, ma restava bloccato all’altezza delle sopracciglia, come avvisaglia di valanga. Lo sguardo necessariamente vagava, per non concentrarsi su qualcosa di specifico, che avrebbe provocato un aumento del mal di testa. E vagando, cadeva su un fisico davvero poco scolpito, qualcosa davvero ben differente da quel lavapanni tanto decantato da pubblicità e riviste. Il solito gonfiore era ampliato dalla fermentazione alcolica, dando alla mia pancia l’aspetto di una donna gravida: il nero dei peli, non folti ma comunque in una perenne lotta di conquista del territorio, era l’unico elemento che faceva di quel gonfiore una pancia maschia e non donna, in aggiunta all’ombelico ancora del tutto pregravido. Al di sotto di quell’ipotetico settimo mese, un pantalone di una tuta, grigia, stretto alle caviglie, coperte a loro volta da una coppia di calzini, di spugna, neri, con linee orizzontali colorate: tonalità dal celeste al blu, con inserti bianchi.
Lo sguardo continuava a vagare, cercando di indirizzare l’occhio verso la cucina, dove aspettava una caffettiera vuota, da riempire con acqua e macinato di caffé, da depositare poi su un fuoco acceso e attendere quel miracolo quotidiano che lubrifica il risveglio.
La cucina non portava nessun segno della notte appena trascorsa, come del resto tutta la casa. Era tutto successo fuori, pre durante e dopo bevuta, e tutte le ragioni, le conseguenze e i rapporti di causa/effetto, erano rimasti fuori dalle mura casalinghe. Una parvenza di rispetto domestico che ancora albergava in me, figlia forse non di un ossequio di educazione, ma di protezione del proprio spazio, di conservazione illibata di quei metri di vita quotidiana. Come quando si va a far pipì: nel proprio cesso si cerca sempre di far centro, il quello altrui o in quelli pubblici non si fa altrettanta attenzione, anzi: ci si può anche divertire a centrare la tavoletta, vedendola ingiallire e pregustando l’espressione schifata di chi sarà nostro erede in quel piccolo spazio liberatorio.
Solo sul tavolo, tanto solo quanto simbolico, un pacchetto di sigarette, morbido. Semi vuoto. Si vedevano, palesi, pezzi di sigarette rovinate che infestavano la parte trasparente del pacchetto, prolungandosi anche fuori dallo stesso.
Ci sono piccolezze nella vita che ti ghettizzano. Acquistare un pacchetto di sigarette ti fa fumatore, scroccarle a tempo indeterminato ad amici/conoscenti/incontri occasionali, no. Il pacchetto morbido dev'essere visto come una quota d'ammortamento nel corso della propria formazione estetico-comportamentale. Non ero un fumatore accanito, anzi: mi ero trascinato, a mo’ di cadavere portato dai piedi da un posto ad un altro, come piccolo fumatore dagli anni delle superiori ad oggi, con qualche sigarette sporadico, più giornaliera che non a cadenza oraria. Quel pacchetto, chissà di chi fosse figlio, sentenziavo. “Chissà chi lo sta piangendo” avrebbe detto mio padre.
Quell'apertura dall'alto che non dà spazio all'immaginazione, quel senso di gonfiore che si perde, che si ha quando le sigarette diminuiscono di numero. Lo sforzo per toglierne una fuori e lo
stupore incredulo dello scroccatore di turno che vede il tuo pacchetto morbido.
“Ah,infedele! Il pacchetto è rigido, le sigarette non si rovinano, posso metterci dentro l'accendino.”
Nota a piè di pagina:notare come solo un fumatore su cinque, in media, abbia con sé l'accendino. Mancanza di accendino = possibilità d'approccio. La mera speranza di scambiare parole con qualcuno, anche solo per ringraziarlo di quel piccolo miracolo chiamato fuoco. Nella costruzione
estetico/comportamentale della propria persona, il fenomeno appena descritto è di importanza cruciale, troppe volte sottovalutato.
Non era il caso di accendere una sigaretta stropicciata, bastava attendere l’uscita del caffé per dare un senso tanto fisico quanto estetico a quel risveglio. L’apertura del frigorifero, più per convenzione che non per cercare qualcosa di specifico, era un piacevole vento fresco su un volto che, seppur bagnato di quel sudore freddo, era caldo di lenzuola, di alcool e di mal di stomaco. Automaticamente, tiravo fuori anche del latte, in cartone, che avrebbe allietato il sapore del caffé: la moka era vecchia, quelle tipiche che si trovano nelle case in affitto, che hanno partorito centinaia di caffé. Ogni nuovo prende il sapore, bruciato e vissuto, di quelli passati; prende il sapore del filtro, consumato e prossimo alla rottura, che fa passare più macinato di quanto dovrebbe, dando un sapore pastoso e catramoso alla bevanda nera. Papà mi aveva sempre educato a non far uso di zucchero per alleggerire il sapore, ma per evitare un rigetto rapido di succhi gastrici ancora furenti della nottata, era necessario mitigare la forza di quel piccolo veleno quotidiano, con, appunto, del latte a lunga conservazione.
Il rumore del travaglio della moka era, quella mattina, la mia sirena di fabbrica, il mio “via” del Monopoli, il mio fischio iniziale del match: osservando curioso il borbottare vaporoso della macchinetta, aspettavo finisse quel parto embrionale per buttar giù il tutto.
Era un lunedì mattina.