mercoledì, 31 maggio 2006
È un mare strano, ma come piace a me: inverno, freddo, una leggera nebbia che sa più di noncuranza che ti cattivo tempo; il grigio del cielo che contrasta, severo, con il blu scuro della distesa d’acqua, nonostante siano i primi metri dopo la spiaggia, dove è più basso. Non piove, ma la nebbiolina provoca quel fluttuare armonioso e danzante di piccole particelle d’acqua, che giocano a rincorrere gli uomini, estranei nella loro danza occasionale gestita da un leggero vento. Il vento è la loro musica, fa danzare quei corpuscoli al suo ritmo, tanto metodico quanto naturale: chi ha detto che la natura non ha i suoi ritmi ben programmati? Madre natura è prima ingegnere e poi poeta.

Una spiaggia di pietre. Grandi e bianche, di un candore che se ci fosse il sole accecherebbe tutti, con il riverbero prodotto. Questi ciottoli ben distribuiti fanno rumore sotto il peso del piede umano, ma non si scompongono: se si spostano, ricreano subito un’armonia architettonica da fare invidia. Di fianco a me, una ragazza. Capelli corti, ma non troppo; chiari una volta, ora un po’ sul castano scuro: in molti nascono biondi e col tempo perdono questo strano scintillare giallastro a favore di una colorazione più scura, come se simboleggiasse la perdita delle illusioni. È una ragazza piuttosto alta, non troppo snella, ben proporzionata; un bel naso pronunciato, ma non aquilino, lentiggini le contornano quel profilo greco e le accarezzano la base degli occhi, lottando con delle occhiaie che ai più darebbero fastidio, ma che sono di una profondità emotiva di rara bellezza. Dell’abbigliamento di lei, ricordo solo un gilet rosso, di quelli invernali, piuttosto pesante, a mo’ di bomberino. Dietro, sbuca un cappuccio, grigio, della felpa che porta sotto.

Alle nostre spalle nasce, con una violenza orografica tremenda, una montagna: neanche venti metri separano questa spiaggia di pietre da un crescendo incredibile: il muro di roccia alle nostre spalle è altissimo, si perde tra le nuvole, dandoci però l’occasione di osservare la neve nei punti alti di questa incredibile montagna marina. Un panorama anomalo, ma sintesi della bellezza progettuale della natura: connubio di terra e mare, di acqua e roccia, di nebbia e neve, con il sole che cerca, invano, di scalfire le nuvole lassù e far filtrare qualche corda di calore.

Ci si scambiano parole rapide e indolori, strane sensazioni miste a occasionali discorsi da bar, di cui non ricordo però forma e contenuto. Noto una piccola insenatura a un lato della spiaggia, disegno naturale del fiume che rapido corre verso il mare, gettando nella distesa d’acqua frettolosi litri di sorgente e di neve sciolta. La mia compagna si dirige verso l’insenatura, senza dimenticarsi però di sorridermi prima, dandomi l’occasione di ammirare i suoi occhi grigio-verdi carichi di qualche lacrima, prodotto del freddo più che di emozioni. Da una piccola conca di acqua e pietre, tira fuori un paio di lattine di birra, verdi: da qualche metro di distanza me ne lancia una, fa segno di cin cin e apre la sua, iniziando a bere. Faccio altrettanto, ma non sento in bocca il sapore del luppolo, né la sensazione di freddo: provo solo un retrogusto ferroso, simile al sangue: come se avessi un piccolo taglio in bocca e me lo toccasi con un coltello, associando sangue e metallo.

Mentre sorseggio, volgo lo sguardo al mare. La spiaggia, nel suo tratto di confine con l’acqua, dove le onde terminano il loro breve tragitto di euforia marittima, è coperta di corpi: cadaveri di delfini, di diverse dimensioni. Mi sembra di contarne una decina. Tutti in perfette condizioni, nessun segno di putrefazione, di usura, di sfregi dell’uomo o di altri animali. Non mi sento sconvolto o cosa, anzi: la situazione mi sembra del tutto ascrivibile alla sconcertante naturalezza del posto. Come quando si va al cinema, per un film di fantascienza: per quanto incredibili possano essere le immagini, le si contestualizza sempre allo stato di cose.
Comunque, mi interrogo sul perché di questi corpi: giro la testa, cerco lo sguardo, e magari le parole, della mia compagna in gilet…

Suona la sveglia. Mi piace ricordare i sogni al mattino.


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lunedì, 29 maggio 2006
Qualcuno mi ha detto di cercare e trovare.
Qualcuno mi ha detto di svegliarmi e di dire tutto quello che so.
Qualcuno mi ha detto di sopravvivere.
Qualcuno mi ha detto che si droga di lettura perché è stufo di avere a che fare con le continue diluizioni della vita: la realtà.
Qualcuno mi ha detto che è quello che uno sa che uccide.
Qualcuno mi ha detto che è quello che uno non sa che uccide.
Qualcuno mi ha detto che vorrebbe avere l’occasione di dirmi grazie, ma non ci riesce. Ed è colpa mia.
Qualcuno mi ha detto che non vorrebbe che io fossi così lontano da lei.
Qualcuno mi ha detto che voleva restare mia amica. Ma non l’ha fatto.
Qualcuno mi ha detto di voler essere ancora innamorata di me.
Qualcuno mi ha detto che così, sarebbe tutto più semplice.
Qualcuno mi ha detto che in due su un letto si dorme male. A quel qualcuno dico che non ha mai provato le gioie di un risveglio notturno a causa di formichine ad un braccio. A quel qualcuno dico che non ha mai goduto del tepore del mattino del corpo di un altro.
Qualcuno mi ha detto che il corpo di una donna è la testimonianza dell’esistenza di dio, o chi per esso. A quel qualcuno dico che la vera testimonianza è la nostra contemplazione di quel corpo.
Qualcuno mi ha detto che vorrebbe traboccare del necessario. A quel qualcuno dico che basta che non si sovraccarichi del superfluo.
Qualcuno mi ha detto una donna che fuma è volgare. A quel qualcuno dico che l’ebbrezza che si prova nel vedere una fumata fatta con classe e passione è meglio di ogni orgasmo passato e futuro.
Qualcuno mi ha detto che bisogna parlare di fratellanza. A quel qualcuno dico: quale dei nostri sciagurati fratelli ce ne parlerà?
Qualcuno mi ha detto che manco di contatto con la realtà, con la contemporaneità. A quel qualcuno dico che i suoi discorsi si fermano alla battaglia delle Termopili.
Qualcuno mi ha detto che è inutile che scrivo. A quel qualcuno dico che è solo terapia.
postato da: atelkin alle ore 11:35 | Permalink |
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giovedì, 25 maggio 2006
Ore 23.25. facoltà. Serata pre estiva, cielo sereno, stellato, ma vento freddo. La pioggia del pomeriggio ha legittimato felpe, e qualche giubbino.
Esco dall’uscita centrale, quelle laterali sono già chiuse. Il custode è di fianco la porta, visibilmente scocciato per l’apertura prolungata del palazzo. Lo attende il letto, noi figli dei crediti e della raccolta punti (=università) siamo il suo ostacolo quotidiano al riposo, e facciamo i leoni della notte. Esco, cappuccio tirato su. Ho la sigaretta in bocca. Spenta, è un edificio pubblico. L’aria fredda fuori dà senso al cappuccio tirato su, e protegge il mio viso da un saluto che non vorrei dare, da uno sguardo che non vorrei ricevere; non mi protegge da qualche giudizio affrettato. Non ti curar di loro, diceva qualcuno. Ma guarda e passa. Io guardo, e passo.
Passo rapido nella porta centrale, con gli occhi e le sopracciglia saluto il custode, che mi risponde con un altrettanto rapido, ma compiaciuto, segno.
Ho il lettore mp3 in mano, le cuffiette si avvicinano alle orecchie per coprire il fastidioso silenzio di una serata infrasettimanale, anormalmente non calda. È fine maggio, diamine.

“hai da accendere?!”
“uhm, no mi spiace” risponde mentre apre il lucchetto della bicicletta.
“no problema”, e chiudo un occhio come segno di comprensione e appartenenza generazionale.

Su un palo, dal lato opposto della strada, c’è un signore appoggiato. Forse non appoggiato per necessità, ma per noia. O per impatto estetico. Comunque, si lascia cadente sul palo. Mi avvicino, la sua sigaretta accesa mi attrae: ha il dono del fuoco, piccolo Prometeo della serata.
Porta pantaloni beige, leggeri, come quelli di lino che si mettono in estate in riva al mare, la sera, perché il pantaloncino corto, la bermuda, fa troppo sedicenne. Su porta una giacca, forse di un vecchio completo da rappresentanza: marrone, con inserti piccoli, verticali, sul bianco panna. Sotto, un gilet, beige, ma di diversa tonalità rispetto al pantalone. Dal gilet esce fuori, dal taschino sinistro dello stesso, una catenella: forse una cipolla, eredità di un padre o figlia di un acquisto azzeccato in un mercatino dell’usato. La camicia sotto si vede poco: ma sembra avere tante tonalità di colore, forse con disegni tematici, tipo grandi fiori. O piante. O entrambi. È aperta, anzi, mancano i primi due bottoni che dovrebbero stringere il collo, come da buon colletto bianco. Una catenina d’oro fa da corona a qualche sporadico, ma non per questo non visibile, gruppo di peli. Neri. Mentre lo guardo, e mentre si avvicina un ragazzo a noi, strana e occasionale coppia delle undici la sera, penso alla colonna sonora di Gatto Nero Gatto Bianco: ci starebbe a pennello mentre mi appresto a cercare il dialogo, con l’unica finalità però di ottenere del fuoco per la mia Philip Morris. È lui, un mio personale Bregovic.

È oramai di fianco a noi anche il nuovo arrivato, frutto del connubio sabato in discoteca, lunedì al Leoncavallo.
“ha da accendere, scusi!?”
“sì certo,…ecco” e porge al ragazzo un pacchetto di cerini. Giallo, con una evidente scritta rossa: LaneRossi Vicenza. E disegnato, in nero, un papillon. Largo, molto largo, di quelli che ora neanche i clown vogliono indossare.
“servirebbe anche a me. Grazie, facciamo uno in due magari” il ragazzo accenna con la testa e avvicina la sua mano, aperta con il fuoco dentro, verso la mia Morris, mentre il mio Bregovic accenna un sorriso e un “prego prego”.
Il quadretto è chiuso, ringrazio ancora una volta, questa volta accompagnando il gesto con un saluto della testa e una lieve smorfia della bocca, testimone non giurata di un sorriso: la smorfia è il battesimo della risata.

Mi giro e vedo la strada per casa, rimetto le cuffiette alle orecchie. Sta per partire il lettore mp3, la compagnia quotidiana di chi torna a casa da solo, la sera come la mattina.
“ehi ragazzo” sento dietro di me.
Mi giro. È il mio Bregovic. Fa un passo verso di me. Poi si ferma.
“chi non lotta ragazzo, non solo si fa mettere i piedi addosso, ma soprattutto, si rompe le palle” mi dice, anche lui con una smorfia che rasenta il sorriso. E mi lancia il pacchetto di cerini.
Lo prendo al volo, e sto per ringraziarlo.
“all’attacco ragazzo, all’attacco!” assenta lui, anticipando e rendendo vano il mio grazie.
Con un gesto della mano, aperta e poi chiusa in un pugno di conferma, lo saluto, ringraziandolo con la testa e col pensiero.

Parte il lettore mp3, e il rumoroso silenzio di una città vecchia e già a nanna, è finalmente scongiurato. E io, domani mattina, non dovrò chiedere a nessuno di accendermi la sigaretta. Il mio Prometeo Bregovic mi ha donato il fuoco, almeno per un po’. E un sorriso, per un ritorno a casa (miglio verde tra gioventù e responsabilità) e forse per una notte intera.
Bisogna sempre confidare nella bontà degli sconosciuti.
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lunedì, 22 maggio 2006

II.

Da quando avevo preso quel piccolo bilocale vicino al porto vecchio, la mia vita era sostanzialmente cambiata. Non negli aspetti quotidiani e massificati dell’esistenza, come le amicizie, le serate, le compere o le occupazioni di una giornata, ma nell’approccio stesso allo scorrere del tempo e degli avvenimenti.
Avevo sempre sognato di alzarmi la mattina, aprire la finestra e far entrare nelle narici e nel cervello l’odore del mare, quello che le onde trasportano fino a riva e che poi il vento, da buon Caronte, conduce fino ai balconi, alle finestre, alle porte delle piccole abitazioni vicino al mare. Non era una città turistica, né troppo legata al porto: la geografia e la storia le avevano consegnato una spiaggia, una piccola insenatura e una discreta quantità di pesce, tralasciando però la sabbia e gli scogli, apprezzati dai turisti di ieri e di oggi, a favore di un terriccio volgarotto e di grosse pietre bianche. L’uomo invece aveva fatto dono a questa strutturazione geografico-divina di un piccolo porto, attracco di altrettanto piccole imbarcazioni di pescatori e aficionado del mare locali, di qualche passerella che conduceva direttamente in acqua e di alcune piccole abitazioni, bilocali per lo più, che costeggiavano tutto il lungo tratto, strettissimo, che separava la il mare dalle colline alle sue spalle: un qualcosa che, col senno di poi, rasentava l’abusivismo edilizio. Il paese invece si sviluppava, a mo’ di colonna vertebrale, sulle collinette che, seppur basse, guardavano a strapiombo sull’acqua, con una conseguente bellissima visione panoramica dalla piazzetta cittadina.
Le piccole abitazioni erano poco gettonate dalla ridotta popolazione locale che le adibiva principalmente a rimesse estive, punti d’appoggio quando si recavano al mare la domenica; i pochi ancora attivi nell’arte della pesca si spartivano le restanti casette, alcuni solo come appoggio logistico, altri, la minoranza, ci vivevano anche. Le uniche “note di disturbo” in questo metodico scacchiere umano eravamo io, al numero trentatrè di quaranta (tante quante erano le abitazioni numerate sulla via) ed Ernesto, che abitava al trentasei: dei quaranta mono e bilocali quindi solo due erano staccati dal mero utilitarismo domenicale o di pesca, e fungevano proprio da spazio vitale, tra le smorfie (non di disapprovazione ma di un misto di compassione e critica benevola) degli locali, nativi o meno che fossero.

L’abitazione, resa tale da un minimo di personali lavori, era tanto semplice quanto inappuntabile: uno spazio dopo la porta d’ingresso fungeva da piccolo corridoio, che aveva l’unica funzione di dare spazio alla porta di aprirsi e di creare un piccolo divisorio tra le stanze: a destra un quattro metri quadrati in cui era stata sistemata la cucina (due fuochi, un rubinetto, un tavolino a muro con due sedie, un due ante e un frigorifero, residuato di qualche alberghetto), a sinistra un otto metri scarsi per la camera da letto (letto, un due ante, una minuscola scrivania con annessi cassetti porta tutto e un comodino con prese e altri due cassetti); quest’ultima collegata poi al piccolissimo bagno, dove troneggiava il vater e il bidet, che confinavano con lo spazio doccia (a livello del terreno, non separato come in un normale appartamento cittadino), elegantemente separato da una tendina bianca, con disegni stilizzati di navi e pesci (neanche a farlo apposta). Tutto abbracciato da pareti biancastre e da un battiscopa nero, che facevano a loro volta da cappello ad un pavimento di cotto. Le cose che colpivano della casa erano, però, due “assenze”: 1) quella del lavandino nel bagno, a cui si rimediava con il lavabo della cucina e 2) quella dei caloriferi. Nonostante l’ottima posizione geografica, F. era ovviamente fastidiosamente fredda in inverno, il che mi aveva costretto a provvedere da me con l’acquisto di un paio di stufette elettriche portabili. Le abitazioni erano nate in altri tempi e con altre esigenze, ed era quindi del tutto normale l’assenza di un sistema di riscaldamento. Ma non furono certamente assenze del genere a farmi cambiare idea; avevo trovato, due anni or sono, questo piccolo paradiso: abbandonato il mio contratto triennale di lavoro, e trovatone uno poco tempo dopo il mio arrivo ad F. nella locale “Cooperativa del Mare”, avevo allo stesso tempo trovato ciò che cercavo, se non da una vita, quantomeno da tanti anni: il mio ritaglio di acqua, di porto, di profumi: l’intreccio di mito e tragedia, di poesia e volgarità, di ricchezza e povertà, di sole e di nubi, di storia e leggenda che nella loro continua coesistenza e scontro, davano vita al mare.

Izzo, il cantore del Mediterraneo, di Marsiglia, del porto e dei marinai, scriveva che solo i greci avevano tante parole per definire la distesa di acqua chiamata mare: Hais, sale, cioè il mare in quanto materia; Pelagos, il mare come visione e spettacolo: la distesa d’acqua, quella che si confonde con il cielo all’orizzonte; Pontos, il mare come spazio, luogo e mezzo di comunicazione; Thalassa, il mare in quanto “evento”; Kolpos, quel braccio, quello spazio, che avvinghia la riva, la baia, l’insenatura… Tutte queste parole che ben rendono le dicotomie in lotta e coesistenza che mi figuravo io nella testa e che avevano col tempo creato in me il desiderio di vivere a stretto contatto con tutte le sue sfaccettature, e di godere di volta in volta, o contemporaneamente, di Pelagos, di Hais, di Kolpos… non avevo le capacità descrittive e semantiche degli antichi greci, ma avevo quel furore, storico ed emotivo, che mi faceva apprezzare le mille facce di una stessa splendida moneta, tutte le pagine di un meraviglioso racconto che veniva letto tutti i giorni, due volte al dì, da migliaia di anni a questa parte: l’alba e il tramonto del sole all’orizzonte, su quella stretta riga che separa cielo e acqua, che si uniscono per tutta la giornata godendo dei raggi di quell’astro, e che si separano solo in quei due momenti, per poi riconciliarsi con l’arrivo della notte. Il miracolo quotidiano di godere di quello spettacolo racchiudeva tutte le parole, tutti i gesti e tutti i racconti che erano nati come causa o conseguenza di quell’infinita distesa d’acqua e la loro unione avveniva felice nel mio cuore e nella mia testa.

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giovedì, 18 maggio 2006

I.

Era un risveglio anomalo, se non nella forma, quantomeno nella sostanza.
Un mal di testa feroce e tamburellante faceva da specchio, poco visibile, di uno stomaco rivoltato e preso a calci da un mix di alcolici, che svariano dall’uva fruttata al luppolo, passando per improbabili mix dell’ultim’ora. Era allo stesso tempo lo specchio di un fastidioso sentimento interno, di partecipazione e distacco, combinazione appropriata per un’anima in eterna lotta tra omologazione e rifiuto.

Era stato un bere autoimposto, voluto, quasi dettato dall’interno, certamente influenzato però anche dalle circostanze: quanto l’ambiente influenzi l’uomo è cosa datata e accertata, nonostante le spinte individualiste di determinazione, degne di una quinta colonna in pubblica piazza. Per quanto si possa sfuggire dal contesto, esso rientra perennemente nella nostra quotidianità e nelle nostre costruzioni mentali, abbattendo quei piccoli castelli a cui diano il nome di libero arbitrio, di autonomia o di volontà. Il piccolo orticello di candideiana memoria è sempre ben coltivato, anzi, in questi tempi si nutre di un’acqua abbondante e a getto continuo dal nome di egocentrismo, e cresce sotto i raggi di un sole chiamato arrivismo. Ma anche il piccolo orticello, pur se protetto da una serra, di certo non può sfuggire alla legge delle nuvole, che posso oscurare quel sole, modificando la direzione dei suoi raggi, o rendere troppo gonfie e piene quelle acque, con rischio di soffocare e affogare la terra prima dolcemente annaffiata. Né può resistere, suo malgrado, al vento, che la può spazzare da un momento all’altro, lasciano al suolo solo qualche radice più tenace, ma tanto provata da rendersi ridicolmente inefficace alla procreazione. E come non chiamare queste nuvole, questo vento, e tutte le forme ad esse collegate, se non contesto? E volutamente tralascio le connessioni, il chiacchiericcio, l’associazionismo, la comunicazione, … insomma, tutte le sfaccettature di un contesto umano di contatto, che nel loro continuo interagire e fruire, assume la forma dell’aspetto relazionale del contesto: aspetto che al momento sembra quello che più influenza l’agire individuale.

Passavo la mano sopra la fronte, cercando di asciugare il sudore, freddo, che non scendeva, ma restava bloccato all’altezza delle sopracciglia, come avvisaglia di valanga. Lo sguardo necessariamente vagava, per non concentrarsi su qualcosa di specifico, che avrebbe provocato un aumento del mal di testa. E vagando, cadeva su un fisico davvero poco scolpito, qualcosa davvero ben differente da quel lavapanni tanto decantato da pubblicità e riviste. Il solito gonfiore era ampliato dalla fermentazione alcolica, dando alla mia pancia l’aspetto di una donna gravida: il nero dei peli, non folti ma comunque in una perenne lotta di conquista del territorio, era l’unico elemento che faceva di quel gonfiore una pancia maschia e non donna, in aggiunta all’ombelico ancora del tutto pregravido. Al di sotto di quell’ipotetico settimo mese, un pantalone di una tuta, grigia, stretto alle caviglie, coperte a loro volta da una coppia di calzini, di spugna, neri, con linee orizzontali colorate: tonalità dal celeste al blu, con inserti bianchi.
Lo sguardo continuava a vagare, cercando di indirizzare l’occhio verso la cucina, dove aspettava una caffettiera vuota, da riempire con acqua e macinato di caffé, da depositare poi su un fuoco acceso e attendere quel miracolo quotidiano che lubrifica il risveglio.
La cucina non portava nessun segno della notte appena trascorsa, come del resto tutta la casa. Era tutto successo fuori, pre durante e dopo bevuta, e tutte le ragioni, le conseguenze e i rapporti di causa/effetto, erano rimasti fuori dalle mura casalinghe. Una parvenza di rispetto domestico che ancora albergava in me, figlia forse non di un ossequio di educazione, ma di protezione del proprio spazio, di conservazione illibata di quei metri di vita quotidiana. Come quando si va a far pipì: nel proprio cesso si cerca sempre di far centro, il quello altrui o in quelli pubblici non si fa altrettanta attenzione, anzi: ci si può anche divertire a centrare la tavoletta, vedendola ingiallire e pregustando l’espressione schifata di chi sarà nostro erede in quel piccolo spazio liberatorio.
Solo sul tavolo, tanto solo quanto simbolico, un pacchetto di sigarette, morbido. Semi vuoto. Si vedevano, palesi, pezzi di sigarette rovinate che infestavano la parte trasparente del pacchetto, prolungandosi anche fuori dallo stesso.
Ci sono piccolezze nella vita che ti ghettizzano. Acquistare un pacchetto di sigarette ti fa fumatore, scroccarle a tempo indeterminato ad amici/conoscenti/incontri occasionali, no. Il pacchetto morbido dev'essere visto come una quota d'ammortamento nel corso della propria formazione estetico-comportamentale. Non ero un fumatore accanito, anzi: mi ero trascinato, a mo’ di cadavere portato dai piedi da un posto ad un altro, come piccolo fumatore dagli anni delle superiori ad oggi, con qualche sigarette sporadico, più giornaliera che non a cadenza oraria. Quel pacchetto, chissà di chi fosse figlio, sentenziavo. “Chissà chi lo sta piangendo” avrebbe detto mio padre.
Quell'apertura dall'alto che non dà spazio all'immaginazione, quel senso di gonfiore che si perde, che si ha quando le sigarette diminuiscono di numero. Lo sforzo per toglierne una fuori e lo
stupore incredulo dello scroccatore di turno che vede il tuo pacchetto morbido.

Ah,infedele! Il pacchetto è rigido, le sigarette non si rovinano, posso metterci dentro l'accendino.”

Nota a piè di pagina:notare come solo un fumatore su cinque, in media, abbia con sé l'accendino. Mancanza di accendino = possibilità d'approccio. La mera speranza di scambiare parole con qualcuno, anche solo per ringraziarlo di quel piccolo miracolo chiamato fuoco. Nella costruzione
estetico/comportamentale della propria persona, il fenomeno appena descritto è di importanza cruciale, troppe volte sottovalutato.

Non era il caso di accendere una sigaretta stropicciata, bastava attendere l’uscita del caffé per dare un senso tanto fisico quanto estetico a quel risveglio. L’apertura del frigorifero, più per convenzione che non per cercare qualcosa di specifico, era un piacevole vento fresco su un volto che, seppur bagnato di quel sudore freddo, era caldo di lenzuola, di alcool e di mal di stomaco. Automaticamente, tiravo fuori anche del latte, in cartone, che avrebbe allietato il sapore del caffé: la moka era vecchia, quelle tipiche che si trovano nelle case in affitto, che hanno partorito centinaia di caffé. Ogni nuovo prende il sapore, bruciato e vissuto, di quelli passati; prende il sapore del filtro, consumato e prossimo alla rottura, che fa passare più macinato di quanto dovrebbe, dando un sapore pastoso e catramoso alla bevanda nera. Papà mi aveva sempre educato a non far uso di zucchero per alleggerire il sapore, ma per evitare un rigetto rapido di succhi gastrici ancora furenti della nottata, era necessario mitigare la forza di quel piccolo veleno quotidiano, con, appunto, del latte a lunga conservazione.
Il rumore del travaglio della moka era, quella mattina, la mia sirena di fabbrica, il mio “via” del Monopoli, il mio fischio iniziale del match: osservando curioso il borbottare vaporoso della macchinetta, aspettavo finisse quel parto embrionale per buttar giù il tutto.

Era un lunedì mattina.

postato da: atelkin alle ore 10:28 | Permalink |
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lunedì, 15 maggio 2006

Stazione di B. maggio, inoltrato.
C’è caldo nella città, e naturalmente nei pressi della stazione, favorito dallo stridere vaporoso delle rotaie e dal muoversi frenetico di uomini e mezzi al suo interno. C’è caldo, non tanto da ondulare l’aria a mo’ di film western, ma quel tanto che basta per vedere comparire sotto le ascelle dei viaggiatori o ipotetici tali, i primi aloni di sudore, caratterizzanti per lo più la stagione estiva.

Gente in attesa, che consulta orari e tabelle, che corre o va lenta, per scongiurare o diluire il tempo della salita nel vagone, o quello dell’ansia per una persona in arrivo: il Caronte ferroviario porta con sé bene e male, non è monotematico e soprattutto lascia ampio spazio all’evoluzione delle stesse categorie emozionali, in itinere.
Il mio tempo è quello da diluire, da buttare in acqua per allungare il sapore: come uno sciroppo di menta, il tempo a volte ha bisogno di essere sciolto nell’acqua per prendere valore ed essere oggetto di una rinfrescante e produttiva analisi. Anche aggiungere del ghiaccio, ad intorpidire la lingua e i denti, può essere di gran sollievo, emozionale ed emotivo, oltre che estetico.
L’acqua del tempo è un lettore mp3, è un libro, è lo scrivere un messaggio, è il fare una telefonata, è il bombardare di squilli gli amici, è il comprare un giornale e sfogliarlo lentamente, cercando gli articoli più corti e fruibili da leggere e conservare nella memoria a breve termine. L’acqua è il camminare lenti e metodici, è il leggere il grande foglio degli arrivi e quello delle partenze, è il prendere un panino a caro prezzo, riscaldato, e cercare di carpirne i sapori, tumefatti dall’abnorme quantità di spezie antiusura.
L’acqua può essere prende un cono, più chimico-zuccherino che gelato, in una catena di fast food ed osservare i compagni di pausa e annacquamento temporale. La fila è rapida e amorfa, storta come la schiena di un vecchio tornitore (la classe operaia, evidentemente, non è andata in paradiso): le code nel belpaese assumono le forme più strane, tendono al zig-zag, in quel pericolo ma allo stesso tempo affascinante, connubio tra furbizia e malcostume generalizzato. È allo stesso tempo eterogenea, come tutto a B.: si alternano magliette e jeans con scritte enormi, come per sottolinearne l’appartenenza al ceto, a vestiti etnici, indossati come seconda pelle figlia di una tanto voluta, quanto socialmente imposta, ghettizzazione. Si alternano diversi colori di pelle e di cappelli, di occhiali e di valigie,…quest’ultime tutte rigorosamente con lo rotelle: le generazioni passate, non fortunate quanto noi nell’avere applicate alla valigie le ruote, avranno avuto certamente un rapporto trasporto-fatica superiore al nostro, che di ruote ne abbiamo ovunque, a breve anche sotto le chiappe (in caso di caduta).
L’acqua può essere una visita al bagno, con tanto di ricordo lasciato alla generazione seguente di viaggiatori: quelli che scenderanno dai treni in arrivo, carichi di valigie e pipì, che andranno rapidi al bagno, in attesa di essere finalmente liberi e asciutti.

Rapido e fangoso
quotidianamente scorre
tra due braccia rosa
senza intoppi
verso l'acqua limpida e vasta
- corrompe il candore -
con la sua interna nefandezza
fragorosamente il tonfo si sente
del suo cadere
rimbombo di digestione di hamburger occidentali;
dall'alto del bianco monte
facile da scalare
che comodamente accoglie
le membra dell'uomo
provate dalla folle e veloce corsa verso la salvezza.

L’acqua in questo caso è stata tirata, portando con sé nefandezze e sporcizia, ma non di certo un odore.
Uno sguardo rapido all’orologio: lo sciroppo è ora ben diluito, il succo bevuto, e resta solo una traccia del ghiaccio, abbondante all’inizio. Il tempo è passato, non è forse tempo di migrare, ma quantomeno di obliterare il biglietto e salire in carrozza, ad osservare pagine scritte da altri, a sentire musica suonata da altri e ad osservare le esistenze vissute da altri, nel loro momento, bloccato ed estrapolato, del viaggio in treno.

postato da: atelkin alle ore 12:22 | Permalink |
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giovedì, 11 maggio 2006

una sorta di isolazionismo paraintellettuale. una via di fuga. lo scrivere legato ad un solo tema, se
stessi. pindaro aveva simboliche ali enormi e volava volava volava.io volavo trascinato da mille emozioni
da mille pensieri da mille passioni. facevo tutto.facevo qualcosa.facevo tutto seppur non specializzato in niente.

tuttologo adolescenziale o appena post, aaa offresi.

sarebbe stata una bella inserzione in un locale giornale gratuito.un piacere immenso nel parlare di tutto, citando quell'unica isolata fonte posseduta, proveniente da un cugino o da una sfuggente notizia televisiva. infervorarsi, arrossire. alzare la voce. chi alza la voce sembra avere ragione. cazzo, perchè urlare se ha torto? non avevo torto ma neanche ragione. avevo parlato però.

una sorta di isolazionismo paraintellettuale che mi porta ad una apatia imperante e quotidiana. che mi porta
davanti uno schermo e sopra una tastiera a vedere scossere lettere in caratteri latini minuscoli. a volte sembrano scorrere liberi, a volte sono ognuno di loro piccoli parti immediati, con grande sofferenza, dolore, sangue e sudore. provare il dolore del parto attraverso lettere colpite con i polpastrelli. vedere nascere dalla testa al foglio elettrico i propri pensieri. partorire il dolore delle proprie membra grigie, delle proprie tempie. il pulsare del sangue diventa il pulsare dei tasti, il formarsi delle parole, lo scorrere dei pensieri. ora basta, non mi piace per niente ciò che sto scrivendo. mi sembro forzato, mi sento una pistola dietro la nuca premere
premere premere premere premere.

spinge cazzo. spinge
cazzo.

una volta svariavo di tema in tema. citavo e citavo, commentavo e commentavo. ora sono un monotematico, mi sembro mTv. solo più brutto.

postato da: atelkin alle ore 13:07 | Permalink |
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lunedì, 08 maggio 2006
frequento, quotidianamente o meno, diversi blog. molti parlano in prima persona di esperienza di vita, di fatti, di robe loro capitate; parlano di emozioni, di amori e di delusioni; parlano di uscite, di amici, di donne, di uomini e qualche volta di animali; parlano di acquisti, di regali, di viaggi e di permanenze. alcuni scrivono poesie: chi in rima, chi no. senza metrica, perchè troppo difficile o per carenza di basi (come il sottoscritto). c'è chi parla del proprio lavoro, c'è chi si sfoga, chi narra del proprio sesso, manifesto e sfacciato; chi lo cela invece dietro un velo di timidezza rendendolo così affascinante e un po' infantile: come quando ti piace una bimba alle elementari e le alzi la gonna o la fai cadere per terra per attirare la sua attenzione. un po' di masochismo infantile, un po' di sano odio per l'altro sesso ancora non visibile e sviluppato, ma già fonte di gioia e rivendicazione: fosse un animale quel bimbo farebbe pipì sul territorio, marcandolo. in assenza di tale istinto (istinto!?) alza le gonne. ripensandoci, io non ho mai alzato una gonna ad una bimba quando ero piccino; nè ho fatto matoni (al secolo: rapido passagio di fianco o dietro il sedere di una ragazza, con conseguente toccata, strizzata o pizzicottone al suddetto sedere; volendo, fattibile anche con schiaffone violento o pugno delicato) alle medie alle ragazze i cui seni spuntavano, improvvisi e poco matri, dalle t-shirt champion o benetton, dando libero sfogo ai primi acquisti di reggiseni e di creme anti brufoli (e allo stesso tempo, producendo sfogo anche nei/ai maschietti che se parimenti sviluppavano brufoli, non avevano seni ma i primi peli sotto il naso, sotto le ascelle e in quelle zone un tempo coperte da borotalco-mai-più-culetti-rossi, ora impregnati di tutt'altro). questa assenza si inscrive perfettamente nelle assenze, nei buchi della mia esistenza in fatto di relazioni e rapporti con gli altri: che sia chiaro, mai avuto problemi a socializzare o altro, anzi: ho sempre avuto un gruppo di conoscenze tanto ampio da garantirmi un posto da consigliere comunali già a diciotto anni, volendo. le assenze sono ben altre, e sarebbe noioso elencarle tutte: non ho mai pomiciato a sedici anni, non ho mai slimonato su un autobus durante una gita, non ho fumato le diana blu, non mi sono ubriacato con due peroni, non ho ricevuto una lettera d'amore, non ho scritto una lettera d'amore, non andavo a prendere nessuna in bici. non ho avuto brufoli in faccia, non ho avuto la forfora: in compenso, pesavo novanta chili a sedici anni ed ero alto (ero basso forse è più corretto) un metro e settanta scarso.

volevo dire soltanto di altri blog, di come forse erano diversi dal mio, che certe volte parte per la tangenziale dell'assoluto, del ragionamento astratto ma privo di una conoscenza base che lo renda un "saggio leggibile". e invece ho scritto un po' dei sedici anni, un po' delle assenze, richiamando alla mente qualche dolore di un tempo che ora mi fa sorridere: la comicità è tragedia più tempo, sentenzia woody allen. forse un sorriso, allora, è dolore adolescenziale più tempo, nel loro piccolo e nel loro procedere squisitamente storico ma rigorosamente con la "s" minuscola. che, a dio piacendo (ma forse in base al piacendo di tutti gli abitanti della terra e al loro infinito e continuo comunicare/giudicare/dire/fare/pensare), avrà un dì quella "s" maiuscola.

godiamo (godo, più corretto) al momento però della piacevolezza del minuscolo, in tutte le sue forme preferibilmente non fisiche.
postato da: atelkin alle ore 12:11 | Permalink |
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venerdì, 05 maggio 2006

Stralci di conversazione e parole rubate in una sproporzione doganale sul confine tra comunicazione e sociologia.
keith haring come sfondo personale di neuroni e sinapsi assopite da una conversazione solo a chiacchiere biunivoca, ma a fatti invece: un arco puntato verso un obiettivo passivo; la freccia in volo verso lo stesso.
Non c’è nessuna mela sulla testa di Gualtiero, figlio di Guglielmo.

Gestisco io la conversazione.
Non mi fare questa domanda.
No, fermo!
Non me lo chiedere.
La tua risposta mi dà la conferma.
Fino a che punto puoi spiegarti?
Raskolnikov,
hai dimostrato di essere un grande uomo.
Muovi le mani a mo’ di bocca,
vuoi trarre conseguenze
come se tu avessi un microscopio.
Ma lo sai chi è il tuo interlocutore?
Sì,
e dico una cosa del genere:
avevo molte ragioni per dimostrarla.
Ma cos’è questa?! Un’organizzazione ritmica della risposta?


postato da: atelkin alle ore 11:25 | Permalink |
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giovedì, 04 maggio 2006

ritrovata bellezza & strane casualità. è da stamattina che ho in testa questa frase, mix gentilmente concesso da un paio di bustine di biscotti da tè. , come si scrive? o meglio, come lo si scrive? è corretto tè o meglio un più esotico the, che fa tanto anglosassone allo stesso tempo? potere della H.

ieri sono stato al Mart, museo di Rovereto. tralascio volutamente ogni commento sulla mostra, La danza delle avanguardie, perchè sarei tremendamente banale, scontato e soprattutto di un massimalista da fare invidia ad un sedicenne che parla di astrofisica nucleare, con tutto il rispetto possibile eh. sono stato anche io un sedicenne massimalista, come tutti penso del resto. a sedici anni lo devi essere per forza, altrimenti non hai argomenti di conversazione con gli altri e non sei cool: mi ricordo di persone che sparavano cifre, che inventavano citazioni e letture, che parlavo con un vocabolario di frasi fatte che avrebbe fatto impallidire aforismi.org, rifugio dell'incolto ragazzo che vuole mettere una bella frase ad effetto sul suo diario o su una lettera ad altrui esseri senza pene (alias, coetanee simil bratz o quasi). comunque, sto divagando: la mia autocritica, e allo stesso tempo, autodifesa, sull'ignoranza in materia mi ha fatto prendere una tangenziale descrittiva non voluta ma ora, col senno di poi, ben strutturata e che si confà (quanto mi piace questo termine, wow).

dicevo, Mart, Rovereto: cammino lento e quasi metodico in compagnia di un collega universitario (come dicono gli studenti di giurisprudenza di fronte a noi), quando noto una ragazza dietro di noi che ci segue da un paio di sale. uhm, mumble mumble penso. ad un certo punto si avvicina a portata di parole e ci/ci fa: "scusate ragazzi, posso seguire la mostra con voi?!". la mia costruzione egocentricamente valutabile di una conversazione occasionale mi fa pensare: "uhm, o ci ha preso per critici visti i nostri commenti a semialta voce anche se prettamente emozionali e non tecnici, o il mio collega ha colpito ancora una volta con il suo fascino rustico", cosa che tra l'altro l'aveva fatto già oggetto di desiderio da molteplici omosessuali a Marsiglia, nello scorso nostro soggiorno. e invece no, eravamo semplicemente finiti ad essere oggetto di ricerca etnografica. eh sì, oggetto di ricerca (topino da/di laboratorio?!).

diceva un topo da laboratorio a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto l'indomani : "semplice, quello che facciamo ogni giorno: cercare di conquistare il mondo".

penso che mi piacerebbe essere un topino bianco da laboratorio di un cartone animato, non della realtà eh.

 

postato da: atelkin alle ore 12:05 | Permalink |
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